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Crooners: L’Arte del Canto Sussurrato – Storia di un’Eleganza Senza Tempo

C’è un momento magico nella storia della musica in cui la voce umana smise di dover gridare per farsi sentire e cominciò invece a sussurrare intimamente nelle orecchie di milioni di persone. Era l’era dei crooners, quegli eleganti cantanti che trasformarono il microfono da strumento tecnico in confidente personale, creando un’intimità senza precedenti tra artista e pubblico. Con le loro voci vellutate, i loro smoking impeccabili e quel modo di cantare che sembrava una carezza sonora, questi artisti non si limitarono a intrattenere: ridefinirono cosa significasse essere seducenti, sofisticati, irresistibili.

La Rivoluzione Tecnologica: Quando il Microfono Cambiò Tutto

Per comprendere veramente l’avvento dei crooners, dobbiamo tornare agli anni Venti, quando una rivoluzione silenziosa stava trasformando il mondo della musica. Prima dell’amplificazione elettrica, i cantanti dovevano letteralmente urlare per farsi sentire sopra un’orchestra, proiettando la voce come facevano i cantanti lirici. Lo stile dominante era quello del “belting” – potente, proiettato, quasi aggressivo nella sua intensità.

Ma poi arrivò il microfono elettrico. Improvvisamente, non era più necessario gridare. Un cantante poteva sussurrare, mormorare, respirare vicino al microfono e ogni sfumatura, ogni vibrato impercettibile, ogni sottile inflessione emotiva veniva catturato e amplificato. Era come se il cantante fosse entrato nella stanza dell’ascoltatore, sedendosi accanto a lui sul divano, cantando solo per lui.

Questo cambiamento tecnico permise una trasformazione stilistica radicale. I cantanti potevano ora esplorare registri più bassi e intimisti, creare atmosfere sensuali e romantiche, usare la voce come uno strumento di seduzione piuttosto che di puro virtuosismo. Nacque così il crooning: un modo di cantare morbido, sussurrato, conversazionale, come se il cantante stesse confidando un segreto all’orecchio dell’ascoltatore.

Il termine “crooner” deriva dal verbo inglese “to croon”, che significa cantare dolcemente, canticchiare, sussurrare una ninna nanna. Ed è esattamente questo che questi artisti facevano: cullavano il pubblico con le loro voci calde come whisky, avvolgenti come velluto, irresistibili come un invito a ballare sotto le luci soffuse di un club notturno.

Rudy Vallée: Il Primo Idolo delle Folle

Rudy Vallée fu il primo vero crooner dell’era moderna, l’artista che dimostrò il potenziale commerciale di questo nuovo stile. Negli anni Venti e nei primi anni Trenta, Vallée divenne una sorta di proto-Elvis, scatenando l’isteria nelle fan (allora chiamate “flappers”) con la sua voce nasale ma intima e il suo uso pionieristico del megafono prima e del microfono poi.

Vallée capì intuitivamente cosa il nuovo medium permetteva: intimità di massa. Cantava come se si rivolgesse a una sola persona, ma quella persona era milioni di ascoltatori radiofonici. Le donne lo adoravano, gli uomini lo invidiavano (e spesso lo detestavano), e lui stabilì il template per tutti i crooners che sarebbero seguiti: fascino personale, sex appeal trattenuto, eleganza impeccabile.

La sua radio show “The Fleischmann’s Yeast Hour” divenne uno dei programmi più ascoltati d’America. Rudy Vallée non era solo un cantante: era un fenomeno culturale, il primo vero teen idol dell’era moderna. Dimostrò che il crooning non era solo un’innovazione stilistica, ma una formula commerciale potente.

Bing Crosby: La Voce dell’America

Se Rudy Vallée fu il pioniere, Bing Crosby fu il re indiscusso. Con la sua voce di baritono calda e rilassata, Crosby ridefinì cosa significasse essere una star della canzone in America. Il suo approccio era apparentemente senza sforzo, naturale come una conversazione tra amici, eppure tecnicamente impeccabile.

Crosby crebbe in una famiglia di classe media a Spokane, Washington, e questa origine si sentiva nella sua voce. Non c’era pretenziosità nel suo canto, nessuna affettazione europea. Era genuinamente, autenticamente americano. Cantava con quella qualità che i critici chiamavano “cool” prima ancora che il termine diventasse popolare: rilassato, sicuro di sé, mai troppo emotivo o drammatico.

Il suo successo fu astronomico. “White Christmas”, scritta da Irving Berlin e cantata da Crosby nel 1942, divenne il singolo più venduto di tutti i tempi, un record che mantenne per decenni. Ma Crosby fu molto più di un semplice cantante di successo: fu un innovatore che capì perfettamente le possibilità della registrazione sonora.

Mentre molti cantanti dell’epoca trattavano la registrazione come una semplice documentazione di una performance dal vivo, Crosby la intese come un medium a sé stante. Lavorava meticolosamente in studio, sperimentando con il posizionamento del microfono, esplorando come diversi livelli di vicinanza potessero creare effetti emotivi diversi. Cantava quasi dentro il microfono, creando quella sensazione di intimità che faceva sentire ogni ascoltatore come il destinatario esclusivo della sua attenzione.

Fu anche un pioniere nell’uso del nastro magnetico per le registrazioni, una tecnologia che permetteva maggiore controllo e possibilità di editing. Questa padronanza tecnica, combinata con il suo talento naturale, fece di Crosby non solo il crooner più popolare ma anche il più influente tecnicamente.

Frank Sinatra: Il Chairman of the Board

Se dovessimo identificare l’apice assoluto dell’arte del crooning, quel nome sarebbe senza dubbio Frank Sinatra. Ol’ Blue Eyes prese tutto ciò che i suoi predecessori avevano creato e lo elevò a forma d’arte suprema. La voce di Sinatra non era tecnicamente perfetta – non aveva l’estensione di un cantante lirico o la potenza di un belter – ma aveva qualcosa di più prezioso: una capacità quasi soprannaturale di trasmettere emozione.

Sinatra, cresciuto a Hoboken, New Jersey, figlio di immigrati italiani, portò nel crooning una componente emotiva che i suoi predecessori avevano solo sfiorato. Non si limitava a cantare le parole: le viveva, le respirava, le soffriva. Quando Sinatra cantava di amore perduto, di solitudine notturna, di desiderio struggente, ogni ascoltatore credeva che stesse raccontando la sua storia personale.

Il suo fraseggio era rivoluzionario. Sinatra trattava le canzoni come monologhi drammatici, respirando dove un attore respirerebbe, enfatizzando parole che avrebbero potuto sembrare insignificanti ma che, nel suo trattamento, diventavano cariche di significato. Studiava i testi con l’attenzione di un poeta, collaborava strettamente con i suoi arrangiatori (specialmente con i leggendari Nelson Riddle e Gordon Jenkins) e trasformava canzoni popolari in piccole opere d’arte narrative.

La sua collaborazione con Capitol Records negli anni Cinquanta produsse alcuni degli album più perfetti mai registrati: “In the Wee Small Hours”, “Songs for Swingin’ Lovers!”, “Only the Lonely”. Questi non erano semplici raccolte di canzoni, ma concept album coerenti che esploravano temi specifici – la solitudine notturna, la gioia dell’amore, il dolore della perdita – con una sofisticazione artistica che anticipò di decenni gli sviluppi successivi della musica pop.

Ma Sinatra non fu solo un artista di studio. Le sue performance dal vivo erano eventi magnetici dove la sua personalità carismatica riempiva completamente lo spazio. Con un drink in mano, il cappello inclinato ad angolo perfetto, la sigaretta che fumava languida tra le dita, Sinatra incarnava una certa idea di mascolinità americana: dura ma emotiva, sofisticata ma autentica, ironica ma profondamente romantica.

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Nat King Cole: Eleganza e Dignità

Nat King Cole portò nel mondo del crooning qualcosa di diverso e prezioso: una grazia senza sforzo che trascendeva le barriere razziali dell’America segregata. Iniziò la carriera come pianista jazz eccezionale, ma fu la sua voce – morbida come cashmere, calda come cognac – a farlo diventare una delle star più amate della sua generazione.

La voce di Cole aveva una qualità unica: sembrava avvolgere le note piuttosto che attaccarle, scivolando attraverso le melodie con una fluidità che sembrava quasi soprannaturale. Canzoni come “Unforgettable”, “Mona Lisa”, “The Christmas Song” divennero standard eterni, e la sua interpretazione rimane quella definitiva.

Ma essere un artista nero di successo nell’America degli anni Cinquanta significava navigare territori pericolosi. Cole affrontò il razzismo sia palese che velato, venendo persino aggredito fisicamente sul palco durante un concerto in Alabama nel 1956. Eppure mantenne sempre una dignità impeccabile, rifiutandosi di essere ridotto a stereotipi, insistendo sulla sua piena umanità attraverso l’eccellenza artistica.

Il suo show televisivo, “The Nat King Cole Show” (1956-1957), fu il primo programma televisivo nazionale ospitato da un afroamericano. Nonostante l’eccellenza artistica, lottò per trovare sponsor disposti a essere associati a un artista nero, e il programma fu cancellato dopo solo un anno. Ma Cole aveva dimostrato un punto importante: l’eleganza e il talento non conoscono colore.

Dean Martin: Il Re del Cool

Se Sinatra era intensità emotiva controllata, Dean Martin era rilassatezza incarnata. Dino sembrava non prendere niente troppo sul serio, nemmeno se stesso, eppure dietro quell’apparente nonchalance c’era un artista di consumata abilità e una voce straordinariamente bella.

Martin coltivava un’immagine di bevitore perpetuo – il suo drink sempre presente sul palco era parte integrante del suo personaggio – ma quella era una maschera sofisticata. In realtà raramente beveva durante le performance (il suo bicchiere conteneva di solito succo di mela), ma l’illusione di essere leggermente ubriaco, rilassato, improvvisato era perfetta per il suo brand di crooning easy-going.

La sua voce aveva una qualità liquida, fluida, che scorreva attraverso le melodie senza apparente sforzo. Canzoni come “That’s Amore”, “Ain’t That a Kick in the Head”, “Everybody Loves Somebody” divennero hit enormi, non per virtuosismo tecnico ma per puro, irresistibile fascino. Martin capiva che il crooning, al suo cuore, era seduzione, e lui era un seduttore naturale.

Come membro del Rat Pack insieme a Sinatra, Sammy Davis Jr., Peter Lawford e Joey Bishop, Martin contribuì a definire una certa immagine della mascolinità americana degli anni Sessanta: sofisticata ma accessibile, elegante ma mai snob, sexy ma mai volgare. Le loro performance a Las Vegas divennero leggendarie, mescolando musica, commedia e un senso di cool che sembrava completamente senza sforzo.

Tony Bennett: L’Immortale

Tony Bennett rappresenta qualcosa di unico nel pantheon dei crooners: la longevità artistica assoluta. Nato nel 1926, ha attraversato quasi un secolo di musica mantenendo un’integrità artistica immacolata e una rilevanza che sfida ogni logica.

La voce di Bennett ha una qualità cristallina che lo distingue da altri crooners. Non è morbida come quella di Cole, né ruvida come quella tardiva di Sinatra. È pura, chiara, onesta. Quando Bennett canta, c’è una trasparenza emotiva che è disarmante. Non c’è trucco, non c’è maschera: solo un uomo e una melodia, impegnati in un dialogo sincero.

La sua carriera ha conosciuto alti e bassi. Negli anni Settanta, mentre il rock dominava, Bennett sembrava un anacronismo elegante. Ma rifiutò di inseguire le mode, continuando a cantare standard con la stessa dedizione di sempre. E quando, negli anni Novanta, una nuova generazione scoprì la sua musica, Bennett divenne improvvisamente cool di nuovo, collaborando con artisti come Lady Gaga e conquistando pubblici che avrebbero potuto essere i suoi bisnipoti.

Il suo album del 2011 con Lady Gaga, “Cheek to Cheek”, dimostrò che il crooning non era morto, era solo dormiente, aspettando che qualcuno ricordasse al mondo quanto può essere bella una voce umana quando canta semplicemente, onestamente, magnificamente.

L’Eredità: Un’Eleganza Immortale

I crooners hanno lasciato un’eredità che va ben oltre la musica. Hanno definito un’estetica di eleganza maschile che continua a influenzare la cultura contemporanea. Lo smoking impeccabile, il fedora inclinato con precisione, il drink sostenuto con nonchalance, la sigaretta fumata con stile: tutti questi elementi sono diventati archetipi culturali grazie ai crooners.

Ma più importante della moda fu il loro contributo all’arte della performance vocale. Dimostrarono che non serve gridare per comunicare emozione, che la vulnerabilità può essere più potente della forza, che sussurrare può essere più seducente di urlare. In un’era di autotune e produzione digitale massiccia, c’è qualcosa di profondamente umano e reale nel crooning: solo una voce, un microfono e un’emozione da trasmettere.

Oggi, artisti contemporanei come Michael Bublé, Harry Connick Jr. e anche interpreti più giovani come John Legend hanno abbracciato elementi del crooning, adattandolo ai gusti contemporanei ma mantenendo quella qualità essenziale di intimità e sofisticazione che definisce il genere.

I grandi crooners ci hanno insegnato che l’eleganza non è ostentazione, che la classe è silenziosa, che la vera seduzione è sussurrata, non urlata. In un mondo sempre più rumoroso, frettoloso, senza grazia, c’è qualcosa di profondamente confortante nel tornare a quelle voci che sembravano avere tutto il tempo del mondo, che trattavano ogni nota come un dono prezioso, ogni parola come una promessa da mantenere.

Quando ascoltiamo Sinatra cantare “In the Wee Small Hours of the Morning”, o Nat King Cole sussurrare “Unforgettable”, o Tony Bennett interpretare “I Left My Heart in San Francisco”, non stiamo solo ascoltando musica. Stiamo entrando in un mondo dove l’eleganza non è demodé, dove la sofisticazione non è snobismo, dove un uomo con una bella voce e una grande canzone può ancora fermare il mondo e farci credere, almeno per tre minuti e mezzo, che tutto andrà bene.

Quella è la magia immortale dei crooners. E finché ci saranno cuori da spezzare, amori da celebrare, solitudini notturne da attraversare, quelle voci continueranno a sussurrare nelle nostre orecchie, eleganti e indistruttibili come sempre.

Articolo pubblicato da Cheapndchik

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