C’è qualcosa di unico nel modo in cui l’Italia parla di moda. Non è solo commercio, non è solo design. È identità nazionale, storia tessuta nel tessuto, arte che si indossa. Il 2025 racconta una storia complessa: non quella del trionfo facile, ma della tenuta, della resilienza, della capacità di restare in piedi quando il mondo intorno vacilla.
I numeri che raccontano una storia
Parliamoci chiaro: il 2025 si è aperto con una flessione del fatturato del 5,8% nei primi due mesi, confermando le difficoltà già emerse nel 2024. Il settore moda italiano oscilla tra i 95,8 e i 100 miliardi di euro di fatturato, con i settori core (tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature) che segnano un -7,7%.
Numeri che sulla carta fanno tremare. Ma guardandoli più da vicino, emergono sfumature che raccontano altro. L’export raggiunge il valore più alto degli ultimi cinque anni con un turnover di 91 miliardi. L’Italia resta il primo esportatore in UE e il secondo al mondo, dopo la Cina, con un valore dell’export pari a 66,6 miliardi.
Non è il crollo. È l’attraversamento. C’è una differenza enorme.
L’Export: Il Cuore Pulsante del Made in Italy
Se c’è un dato che racconta la forza vera del sistema moda italiano, è questo: l’export rappresenta circa il 65-70% del fatturato totale. Non produciamo per noi stessi. Produciamo per il mondo. E il mondo, nonostante tutto, continua a volere quello che facciamo.
La moda maschile registra un 77,8% di vendite estere, un dato che dice molto sulla percezione internazionale dell’eleganza italiana al maschile. Dall’abito sartoriale milanese alla camicia napoletana, dal mocassino fiorentino alla cintura lombarda: questi non sono prodotti, sono ambasciatori silenziosi di uno stile che il mondo riconosce istantaneamente.
Il primo semestre 2025 mostra segnali contrastanti. L’export è diminuito del 2,8% nei primi due mesi dell’anno, ma con dinamiche diverse tra i comparti. I settori core calano del 6%, mentre i settori collegati rallentano al +5,5%.
Geografia del Successo: Dove Vola la Moda Italiana
Non tutti i mercati sono uguali. Alcuni resistono, altri crollano, altri ancora esplodono. La Cina, quarto mercato per la moda italiana, registra un crollo del 24,1%, confermando le difficoltà di un’economia che era stata uno dei motori principali dell’export luxury.
La Francia segna un -4,6% e la Svizzera un -26,6%, quest’ultima penalizzata da riassetti logistici dei grandi brand. Germania e Stati Uniti, invece, tengono: Germania a +3,8% e Stati Uniti a +3,4%, confermandosi mercati stabili e affidabili.
Ma è altrove che si gioca il futuro. Il Medio Oriente, in particolare gli Emirati Arabi, rappresenta una frontiera in espansione, con una domanda crescente per il lusso italiano che non conosce crisi. È lì che i marchi stanno investendo, aprendo flagship store che sono cattedrali del Made in Italy.
I Settori: Non Tutti Uguali di Fronte alla Tempesta
Pelletteria e Calzature: L’Eccellenza sotto Pressione
Il comparto della pelletteria e delle calzature è l’anima artigianale del Made in Italy. Il settore calzaturiero conta oltre 75.680 addetti e circa 4.500 imprese attive, mentre la pelletteria conta 32.800 addetti e circa 4.550 imprese.
Il fatturato 2025 del calzaturiero è atteso a 12,8 miliardi di euro con una contrazione del 3,1%, un risultato che, pur negativo, rappresenta una resilienza notevole considerando il contesto globale. Il fatturato complessivo degli accessori è previsto appena sopra i 29 miliardi di euro, con un calo del 3,2%.
La geografia produttiva racconta la diversità italiana: dalla Toscana, Veneto ed Emilia per la fascia alta, alle Marche, il distretto numericamente più ampio, fino alla Lombardia, Campania e Puglia. Ogni distretto ha la sua specializzazione, la sua storia, i suoi maestri artigiani che ancora oggi, in capannoni che sembrano cappelle sistine della manifattura, creano scarpe e borse che il mondo considera opere d’arte.
Tessile e Abbigliamento: Il Cuore Manifatturiero
Con quasi 394mila addetti che lavorano in 67mila aziende, il tessile-abbigliamento è il terzo comparto manifatturiero italiano. Non parliamo di numeri astratti. Parliamo di famiglie, di tradizioni tramandate, di saperi che non si imparano dai libri.
La filatura italiana chiude il 2025 con un fatturato in calo del 4,1%, attestandosi intorno ai 2,5 miliardi. Il dato nasconde però una complessità: mentre la filatura laniera (83% del fatturato) e quella cotoniera calano, la filatura liniera è in controtendenza con una dinamica positiva.
Il tessile italiano non è fast fashion. È slow luxury, è ricerca del filato perfetto, è quella camicia che dopo dieci lavaggi è ancora impeccabile. È un settore che sta imparando, spesso a caro prezzo, che la qualità assoluta non basta se il mondo consuma diversamente.
Beauty, Occhialeria, Gioielleria: I Settori Resilienti
Mentre i settori core soffrono, i settori collegati (beauty, occhiali, gioielli) mantengono un fatturato stabile. La gioielleria continua a crescere nonostante la flessione dei volumi, con prezzi in aumento del +9,1%.
L’occhialeria italiana, concentrata soprattutto nel Veneto, rappresenta un’eccellenza mondiale. Non solo produzione per conto terzi dei grandi brand internazionali, ma anche marchi proprietari che stanno conquistando quote di mercato globali. È un settore che ha saputo fare della tecnologia un alleato, automatizzando senza perdere l’anima artigianale.
Il beauty italiano, da Acqua di Parma a Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, racconta una storia di tradizione che diventa contemporaneità. Prodotti che costano, ma che durano. Profumi che non seguono le mode passeggere, ma creano identità olfattive che attraversano generazioni.
Le Importazioni: Il Paradosso Cinese
Ecco un dato che fa riflettere: le importazioni nei settori core crescono dell’8,6%, trainate dal +30,2% delle merci provenienti dalla Cina. Mentre esportiamo meno verso la Cina, importiamo molto di più da lì.
Il fenomeno racconta la complessità della globalizzazione. Da un lato, brand italiani che delocalizzano parti della produzione in Cina per contenere i costi. Dall’altro, la pressione crescente dell’ultra fast fashion cinese che invade i mercati europei con prodotti a prezzi stracciati.
È una sfida esistenziale: come competere con chi produce a un decimo del costo? La risposta italiana è sempre stata una: non competere sul prezzo, competere sulla qualità, sulla storia, sull’autenticità. Ma questa risposta oggi basta ancora?
Il Lusso: Un Segmento in Evoluzione
Il lusso è il fiore all’occhiello del Made in Italy nella moda. Ma anche qui, il 2025 racconta una storia nuova. Il luxury personal goods globale si attesta a 363 miliardi di euro, in calo del 2%.
I grandi brand del lusso italiano – da Gucci a Prada, da Valentino a Bottega Veneta – stanno ripensando strategie, mercati, prodotti. Il consumatore del lusso è cambiato. Non cerca più solo lo status symbol, ma l’autenticità, la sostenibilità, la storia dietro il prodotto. Vuole sapere chi ha cucito quella borsa, dove è stata conciata quella pelle, quanta acqua è stata usata per tingere quel tessuto.
I grandi marchi come Louis Vuitton, Chanel ed Hermès continuano a utilizzare la filiera artigianale italiana, riconoscendo che certe eccellenze non si trovano altrove. Le piccole e medie aziende italiane che lavorano per questi colossi vedono crescere la loro redditività, ma è un’opportunità accessibile solo a pochi, quelli che hanno raggiunto standard qualitativi altissimi.
Le PMI: Il Tessuto Connettivo del Sistema Moda
Il settore moda italiano conta 53.000 imprese attive, la maggior parte delle quali sono piccole e medie imprese. Questo è contemporaneamente la forza e la fragilità del sistema.
La forza sta nella flessibilità, nella capacità di personalizzazione, nella velocità di risposta a richieste specifiche. Quando un grande brand chiede una produzione limitata con altissima qualità, sono le PMI italiane che rispondono presente.
La fragilità sta nella difficoltà di investire in innovazione, digitalizzazione, sostenibilità. Dal 2019, la filiera italiana ha visto una diminuzione della sua utilità, scendendo sotto la soglia minima necessaria per investimenti in innovazione. Senza margini adeguati, le aziende sopravvivono, ma non prosperano. E senza prosperità, non c’è futuro.
La Digitalizzazione: L’Opportunità che Cresce
L’e-commerce nel settore moda italiano rappresenta il 18,4% del fatturato totale nel 2025, con una crescita annua del 12,5%. Il digitale non è più il futuro: è il presente.
Il commercio elettronico mostra performance significativamente superiori al retail tradizionale, con la categoria moda che registra picchi di crescita del 35%, trainata principalmente dalle vendite via mobile che rappresentano il 75% delle transazioni online.
Le aziende italiane stanno imparando, alcune velocemente, altre troppo lentamente. Non si tratta solo di mettere un sito e-commerce. Si tratta di ripensare completamente il rapporto con il cliente: storytelling digitale, social commerce, esperienze phygital che uniscono negozio fisico e digitale.
I brand più illuminati stanno creando showroom virtuali dove il cliente può vedere il prodotto in 3D, personalizzarlo, ordinarlo e riceverlo a casa. Altri stanno usando l’intelligenza artificiale per consigliare taglie e stili. La moda italiana sta finalmente capendo che digitale non significa perdere l’anima artigianale: significa amplificarla.
Sostenibilità: Dal Dovere all’Opportunità
La sostenibilità non è più un’opzione. È un imperativo. I consumatori, soprattutto le generazioni più giovani, non comprano più prodotti, comprano valori. E vogliono sapere che quei valori sono autentici, non greenwashing.
L’Italia ha un vantaggio competitivo naturale: la tradizione della qualità che dura nel tempo è già sostenibilità. Un cappotto che dura vent’anni è infinitamente più sostenibile di dieci cappotti fast fashion che durano due anni ciascuno.
Ma serve andare oltre. Serve investire in filiere certificate, in materiali innovativi e sostenibili, in processi produttivi a basso impatto ambientale. Le concerie toscane stanno diventando laboratori di innovazione green, recuperando scarti e usando tannini vegetali. I produttori di tessuti stanno sperimentando fibre riciclate e processi di tintura a zero acqua.
Questo costa. Ma sempre più consumatori sono disposti a pagare quel costo, se viene raccontato bene, se viene certificato, se è autentico.
Le Sfide Geopolitiche: Dazi e Incertezze
L’incertezza sui dazi commerciali, particolarmente con gli Stati Uniti, rappresenta una delle maggiori preoccupazioni. Il protezionismo è tornato di moda, in senso purtroppo letterale.
L’amministrazione americana ha più volte minacciato dazi aggiuntivi sui prodotti europei. Per un settore che vive di export, questo non è un dettaglio. È una spada di Damocle che condiziona investimenti, pianificazioni, strategie.
C’è un precedente nel 2003, quando il dollaro si svalutò del 19,6% nel corso dell’anno, e l’industria italiana riuscì comunque a reggere. Ma allora la Cina non era ancora il gigante manifatturiero che è oggi. Le variabili sono più complesse, gli equilibri più fragili.
La Via Italiana alla Ripresa
Il terzo trimestre 2025 ha visto il ritorno alla crescita dei comparti core dopo otto trimestri consecutivi di calo, con una ripresa che è partita a luglio (+1,4%) e si è rafforzata a settembre (+5,7%).
Sono segnali. Piccoli, ma concreti. Il fatturato consolidato 2025 è pari a 92,9 miliardi di euro, in calo del 3%, ma la tendenza sembra essersi stabilizzata.
La strada della ripresa passa da alcune direttrici chiare:
Verticalizzazione intelligente: i grandi gruppi stanno aumentando il controllo della filiera, investendo nelle eccellenze produttive italiane piuttosto che delocalizzare. Questo protegge il know-how e crea valore.
Innovazione senza perdere l’anima: digitalizzazione, automazione, materiali innovativi, ma senza sacrificare quello che rende unico il Made in Italy: l’artigianalità, l’attenzione al dettaglio, la qualità assoluta.
Diversificazione geografica: non dipendere da pochi mercati. Se la Cina rallenta, il Medio Oriente accelera. Se l’Europa stagna, l’Asia si muove. Essere presenti ovunque, con strategie adattate a ogni mercato.
Storytelling autentico: raccontare la storia dietro ogni prodotto. Il consumatore globale non compra solo un oggetto, compra una narrazione. E l’Italia ha storie da raccontare che nessun altro paese può replicare.
Il Fattore Umano: Generazioni e Competenze
Una delle sfide meno visibili ma più urgenti è il ricambio generazionale. È urgente un cambio generazionale sia nei leader aziendali che nelle figure professionali qualificate.
I maestri artigiani che sanno tagliare una scarpa su misura, che conoscono a memoria ogni sfumatura di concia, che cuciono a mano con una perfezione millimetrica, stanno invecchiando. E troppo spesso, non trovano giovani disposti ad apprendere mestieri che richiedono anni di gavetta prima di essere padroni della tecnica.
Serve investire nella formazione. Servono scuole, accademie, percorsi che rendano attrattivi questi mestieri. Serve far capire alle nuove generazioni che lavorare nella moda non significa solo essere stilisti o influencer. Significa anche essere modellisti, tagliatori, cucitori, tecnici della pelle. Mestieri nobili, ben retribuiti quando si raggiunge l’eccellenza, e profondamente soddisfacenti.
2026: L’Anno del Possibile Rilancio
La ripresa vera e propria è rimandata al 2026. Le proiezioni indicano una stabilizzazione nel 2025 e una possibile inversione di tendenza l’anno successivo.
Cosa servirà per rendere questa previsione realtà? Tre ingredienti:
Stabilità macroeconomica: meno tensioni geopolitiche, meno incertezze sui dazi, mercati finanziari più stabili. Elementi che non dipendono dal settore moda, ma che lo condizionano profondamente.
Investimenti: pubblici e privati, in infrastrutture digitali, formazione, ricerca e sviluppo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza potrebbe essere un volano, se ben utilizzato.
Coraggio imprenditoriale: la capacità di rischiare, di innovare, di guardare lontano. L’Italia ha sempre avuto imprenditori visionari. Ne servono di nuovi, che portino freschezza senza rinnegare le radici.
Oltre i Numeri: L’Anima del Made in Italy
I dati economici raccontano una parte della storia. Ma c’è qualcosa che i numeri non catturano: l’orgoglio di chi fa questo lavoro. Il maestro pellettiere che accarezza una pelle e ne sente la qualità sotto le dita. La cucitrice che guarda un abito finito e sa che durerà una vita. L’imprenditore che firma un ordine sapendo che sta dando lavoro a decine di famiglie.
Il Made in Italy moda non è solo un’etichetta. È un modo di intendere il lavoro, la qualità, la bellezza. È la convinzione, forse anacronistica ma profondamente italiana, che le cose vanno fatte bene, anche se costa di più, anche se richiede più tempo.
In un mondo che corre sempre più veloce verso la massificazione e il consumo compulsivo, l’Italia offre un’alternativa: la lentezza consapevole, la qualità che non urla ma sussurra, l’eleganza che non invecchia.
Il Valore Invisibile
La moda italiana rappresenta il 5,5% del totale del PIL italiano. Un numero importante, ma che non cattura il valore reale. Perché la moda italiana è anche soft power, è capacità di influenzare il gusto globale, è ambasciata culturale che parla italiano.
Quando qualcuno in Giappone, in Brasile, negli Stati Uniti sceglie un prodotto italiano, non sta solo comprando un oggetto. Sta comprando un pezzo di quella dolce vita che il mondo ci invidia. Sta entrando in una narrazione che parte dal Rinascimento e arriva fino a oggi, passando per Valentino, Armani, Versace, ma anche per migliaia di artigiani senza nome che hanno dedicato la vita alla perfezione.
Conclusione: Resilienza e Bellezza
Il 2025 non sarà ricordato come l’anno del grande boom della moda italiana. Ma potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il settore ha dimostrato la sua resilienza, la sua capacità di tenere duro nei momenti difficili, di reinventarsi senza tradirsi.
I numeri fluttuano, i mercati oscillano, le crisi arrivano e passano. Ma rimane qualcosa di più profondo: la convinzione che la bellezza sia necessaria, che la qualità valga l’attesa, che fare le cose bene sia ancora un valore.
In un mondo che spesso sembra aver smarrito questi riferimenti, l’Italia della moda continua a ricordarceli. Non sempre con i toni trionfali che vorremmo, a volte con la fatica e le difficoltà ben visibili. Ma con una determinazione che affonda le radici in secoli di tradizione manifatturiera.
Il Made in Italy nella moda non è solo un settore economico. È un patrimonio culturale, un’identità collettiva, una promessa di bellezza che attraversa le generazioni. E questa promessa, numeri alla mano, continua a essere mantenuta.
Articolo pubblicato da Cheapndchik




