Sanremo 2026

Sanremo 2026: Il Rito, lo Scandalo e la Polvere di Stelle. Storia (e Guida di Stile) del Festival più Amato d’Italia

C’è un momento preciso, verso la fine di gennaio, in cui l’aria in Italia cambia impercettibilmente. Le vetrine smettono di parlarci di saldi invernali, le giornate si allungano di quel tanto che basta per darci speranza e, nelle conversazioni al bar o nelle chat di gruppo, inizia a serpeggiare una parola sola, evocativa e potente: Sanremo.

Siamo al 21 gennaio 2026. Mancano poche settimane a quella che non è più soltanto una kermesse canora, ma un vero e proprio rito collettivo, una messa laica celebrata davanti al televisore. Tra poco sentiremo la fatidica frase “Dirige l’orchestra il maestro…” e verremo risucchiati in quel vortice di fiori, polemiche, acuti e, soprattutto, abiti che definiscono la nostra cultura pop.

Perché siamo oneste: se le canzoni sono l’anima del Festival, i look ne sono il corpo, la carne e talvolta lo scandalo. Sanremo è la nostra settimana della moda democratica, l’unico momento dell’anno in cui la signora di Voghera e l’influencer di Milano guardano esattamente la stessa cosa, pronte a giudicare senza pietà l’orlo di una gonna o la profondità di una scollatura.

In attesa che Carlo Conti e Laura Pausini scendano quella temuta scalinata il prossimo 24 febbraio, facciamo un viaggio narrativo dentro la magia dell’Ariston. Non una semplice lista di nomi, ma un’immersione nella storia, nel costume e nelle regole non scritte di un evento che, piaccia o no, racconta chi siamo.


C’era una volta al Casinò: Come il Festival ha vestito l’Italia

Per capire perché ci agitiamo tanto per un vestito sbagliato all’Ariston, dobbiamo fare un passo indietro, quando la televisione non c’era ancora e le canzoni gracchiavano dalle radio a valvole. Era il 1951 e il Festival nasceva nel Salone delle Feste del Casinò di Sanremo. L’atmosfera era quella ovattata dell’alta borghesia: gli uomini in smoking rigidi come armature, le donne, come la leggendaria Nilla Pizzi, avvolte in abiti da sera castigati, con stole di pelliccia e guanti lunghi.

In quegli anni, il “look” non doveva stupire, doveva rassicurare. L’Italia usciva dalla guerra e cercava nell’eleganza formale un senso di ordine e rinascita. Il vestito era un’uniforme di rispetto verso il pubblico.

Ma poi arrivarono gli anni ’60, e con essi il boom economico, la voglia di ribellione e la televisione che portava le immagini in bianco e nero in ogni salotto. Fu allora che il Festival smise di essere solo musica per diventare immagine. Ricordate (o avete mai visto le foto di) Mina nel 1961? Mentre cantava Le mille bolle blu, indossava un abito che sembrava fatto di nuvole, rompendo la rigidità del decennio precedente. E poi arrivò il ’69, l’anno della rivoluzione: una ragazzina di nome Nada, a soli 15 anni, osò salire sul palco con una tunica bianca cortissima e stivali alti. Non era solo moda, era un messaggio politico: i giovani stavano prendendo il potere.

Da quel momento, Sanremo è diventato lo specchio dei nostri armadi e dei nostri sogni. Gli anni ’80 ci hanno regalato le spalline imbottite e i capelli cotonati, l’eccesso e il trucco pesante; gli anni ’90 il minimalismo intellettuale e le giacche destrutturate. Ogni edizione è una capsula del tempo che ci dice cosa andava di moda, o cosa avremmo voluto indossare.


Quando l’Abito fa più Rumore della Canzone: I Look della Discordia

Se c’è una cosa che amiamo più della musica, è lo “scandalo sartoriale”. La storia dell’Ariston è costellata di momenti in cui un pezzo di stoffa ha fatto discutere il Paese per settimane, molto più del vincitore della gara.

Impossibile non citare il terremoto del 1986. Loredana Bertè, la regina del rock italiano, decise che il palco non era luogo per mezze misure. Si presentò con un minidress di pelle nera firmato Versace e, sotto, un finto pancione da gravidanza. Mentre cantava Re, mimava una donna incinta che ballava rock. L’Italia benpensante quasi svenne. Fu giudicato oltraggioso, volgare, eccessivo. Eppure, quarant’anni dopo, lo ricordiamo come uno dei momenti di performance art più potenti di sempre: Loredana stava urlando al mondo che una donna è forte, sensuale e rock anche quando diventa madre.

E che dire di Anna Oxa? Lei non è una cantante, è un’entità trasformista. Nel 1999 vinse con Senza Pietà, ma tutti ricordano il perizoma a vista che spuntava dai pantaloni a vita bassissima firmati Gucci (disegnati da Tom Ford). In un’epoca in cui la vita bassa non era ancora mainstream, Anna la sbatté in faccia a milioni di italiani in prima serata. Era audace, era sexy, era il futuro che arrivava senza chiedere permesso.

Facendo un salto temporale ai giorni nostri, come dimenticare i “quadri” di Achille Lauro? Non erano più semplici vestiti. Quando scese le scale vestito da San Francesco, spogliandosi di un mantello di velluto per restare con una tutina color carne luccicante, o quando interpretò la Marchesa Casati Stampa con piume nere e trucco colante, Lauro cancellò il confine tra concerto e teatro. Lì abbiamo capito che il “maschile” e il “femminile” sul palco non esistevano più, esisteva solo l’arte.

Anche i Måneskin, prima di conquistare il mondo, hanno usato Sanremo per sdoganare il corsetto e i tacchi alti per gli uomini, rendendo il glam rock accessibile e desiderabile per una generazione intera.


Dentro l’Ariston: Il Dress Code per chi ha il “Biglietto d’Oro”

Ma allontaniamoci per un attimo dal palco e giriamo l’occhio di bue verso la platea. Cosa succede se hai la fortuna (o i contatti giusti) per sederti su quelle famose poltrone di velluto rosso?

C’è una leggenda metropolitana secondo cui a Sanremo “tutto è permesso”. Falso. L’Ariston, durante la settimana santa, è un luogo con regole non scritte ma ferree. Esiste una gerarchia sociale che si misura in base alla fila in cui sei seduta.

La Platea (Il tempio dell’Eleganza)

Se sei nelle prime file, sei parte dello show. Le telecamere ti inquadreranno ogni volta che un conduttore scenderà in sala. Qui il Black Tie è quasi un obbligo morale.

Per gli uomini significa abito scuro, rigorosamente con cravatta o papillon. Lo smoking è graditissimo e molto diffuso.

Per le donne, la Platea richiede l’Abito da Sera. Lungo? Preferibilmente sì. L’eleganza deve essere formale. Si vedono paillettes, velluti, scollature importanti ma mai volgari. È il momento di tirare fuori l’abito “da cerimonia importante”, quello che hai comprato per il matrimonio di tua sorella e non hai mai più messo. I colori? Il nero vince sempre, ma il rosso Sanremo e il blu notte sono alternative perfette. Bandito il casual: se ti presenti in jeans in prima fila, verrai guardata come un alieno (e probabilmente la regia eviterà di inquadrarti).

La Galleria (Il regno degli Appassionati)

Salendo le scale verso la “piccionaia”, l’atmosfera si rilassa leggermente, ma non troppo. Qui il dress code è un cocktail attire.

Non serve l’abito lungo a strascico (che sarebbe scomodissimo sugli scalini stretti della galleria), ma l’eleganza è richiesta. Un bel completo giacca-pantalone di velluto, un tubino arricchito da gioielli importanti, o una gonna midi satinata con un top prezioso.

Il consiglio pratico per chi va a teatro? Attenzione alla temperatura. L’Ariston è un vecchio teatro e, con tutte le luci e la gente, fa caldo. Ma le uscite di sicurezza e gli spifferi sono traditori. Il segreto è avere una stola elegante o una giacca che sia parte integrante del look, perché il guardaroba all’ingresso è un girone dantesco da cui potresti uscire solo all’alba.


E per noi sul divano? Il Dress Code “Cheapndchik”

La maggior parte di noi, però, non sarà lì a respirare la lacca dei cantanti. Noi saremo nel luogo più bello del mondo: il divano di casa, con una pizza fumante, il gruppo WhatsApp delle amiche in fiamme e il Fantasanremo aperto sullo smartphone.

Ma attenzione: guardare Sanremo in pigiama di flanella slavato toglie metà del divertimento. Per entrare nel mood, anche il look casalingo vuole la sua parte. Ecco tre filosofie di pensiero per affrontare le cinque serate con stile (low cost):

  1. La “Party Girl” da Salotto:

    Inviti le amiche a casa per la finale? Allora il dress code è Sparkling. Non serve spendere. Prendi quella gonna di paillettes che hai comprato per Capodanno da Zara e che non metti mai. Abbinala a una t-shirt bianca basic e alle tue sneakers preferite o a dei calzini divertenti. Sei comoda, ma brilli. È un omaggio al Festival: scintillante sopra, comoda sotto.

  2. La Critica di Moda Intellettuale:

    Se guardi il Festival con il taccuino in mano per dare i voti, il tuo look è il Pigiama Palazzo. Hai presente quei completi “pigiama” in raso o seta che vanno tanto di moda da H&M? Giacca a camicia morbida e pantalone largo scivolato. Ti sentirai chic come una nobile decaduta che guarda la TV sorseggiando vino rosso, ma sarai comoda come se fossi a letto. Aggiungi un paio di pantofole friulane in velluto e sei perfetta.

  3. La Fanatica del Fantasanremo:

    Per te il look è funzionale al gioco. Felpa con cappuccio (magari personalizzata), pantaloni della tuta cool (tipo i joggers in velluto) e occhiali da vista per non perdere nemmeno un dettaglio o un bonus “batti cinque”. Qui la comodità regna sovrana, perché dovrai esultare, saltare o disperarti se il tuo capitano prende un malus.

Conclusioni: Perché non ne avremo mai abbastanza

Tra poche settimane, quando le luci si abbasseranno e la sigla Eurovision partirà, sentiremo quel brivido familiare. Ci lamenteremo che “finisce troppo tardi”, criticheremo quel vestito “che non dona per niente”, ci innamoreremo di una canzone al primo ascolto.

Sanremo è una bolla temporale dove, per cinque giorni, i problemi del mondo sembrano restare fuori dalla porta, filtrati da mazzi di fiori e papillon. Che tu lo guardi per la musica, per la moda o solo per non sentirti esclusa dalle conversazioni il giorno dopo in ufficio, ricorda: il Festival siamo noi. È la nostra storia che sfila su quel palco, un abito stravagante alla volta.

Quindi preparate i giudizi spietati, spolverate le paillettes (anche solo per stare in salotto) e caricate i telefoni. Sanremo 2026 sta arrivando, e noi siamo pronte a farci abbagliare ancora una volta.

Articolo pubblicato da Cheapndchik

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